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> Calciopoli, Condannati Solo I Moggi
 
eldavidinho94
Inviato il: Lunedì, 16-Feb-2009, 19:25
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Calciopoli, condannati solo i Moggi
Processo Gea: un anno e sei mesi all'ex direttore generale della Juve; un anno e due mesi al figlio


L'ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi (Ansa)ROMA - La decima sezione del Tribunale di Roma ha condannato a un anno e sei mesi di reclusione l'ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi, nel processo sui presunti illeciti attribuiti alla Gea World, la società che ha gestito le procure sportive di numerosi calciatori. I magistrati ipotizzano che la Gea abbia alterato illegalmente la concorrenza nel mercato del calcio, facendosi forte della sua presenza nel settore per condizionare le scelte professionali dei propri clienti, ad esempio minacciando di non far lavorare più giocatori, allenatori e dirigenti delle società.

GLI ALTRI IMPUTATI - Anche il figlio di Moggi, Alessandro, è stato condannato: i giudici gli hanno comminato un anno e due mesi. Non è stata però ritenuta valida l'accusa di associazione a delinquere, bensì quella di violenza privata e minacce. Assolti dunque gli altri imputati Franco Zavaglia, Francesco Ceravolo, Davide Lippi (figlio del ct della Nazionale) e Pasquale Gallo.

LE RICHIESTE DEL PM - Il pm romano Luca Palamara aveva chiesto una condanna a sei anni di reclusione per Luciano Moggi e a cinque anni per il figlio. Secondo i magistrati, Gea avrebbe alterato illegalmente la concorrenza nel mercato dl calcio, creando un meccanismo di intimidazioni e di avvertimenti per condizionare le scelte professionali dei proprio clienti e rafforzare il controllo delle procure sportive da parte della Gea. Luciano Moggi era considerato dalla procura l'ispiratore occulto del sistema, mentre il figlio, in qualità di presidente di Gea, veniva ritenuto il braccio operativo.

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eldavidinho94
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«La Gea non era un’organizzazione criminale»
Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna dei Moggi


ROMA, 30 gennaio - «L'applicazione del diritto penale non trova limitazioni di sorta nell'ordinamento sportivo e i reati, da chiunque commessi, restano tali anche nel mondo del calcio». Questo uno dei principali passaggi delle motivazioni della sentenza pronunciata dalla X Sezione del tribunale di Roma l'8 gennaio scorso nel processo Gea che ha visto la condanna di Luciano Moggi a un anno e sei mesi e a quella del figlio Alessandro a un anno e due mesi per il reato di violenza privata. Tutti gli altri imputati (Francesco Zavaglia, Francesco Ceravolo, Pasquale Gallo e Davide Lippi) furono assolti dalle accuse. Dal dispositivo letto dal presidente Luigi Fiasconaro cadde l'accusa per tutti gli imputati di associazione per delinquere.

ARROGANZA - Nessuna sussistenza del reato di associazione per delinquere «non solo in ragione della mancanza del numero delle persone, ma anche perché il numero, la natura e la finalizzazione di questi reati è risultata estranea a un contesto programmatico associativo, mentre è apparsa più compatibile con uno stile di vita caratterizzato da arroganza». Questo un altro dei passaggi della sentenza. I giudici parlano anche di «atteggiamento di sistematica prevaricazione nella ricerca di una costante affermazione della propria posizione di potere da parte dei due Moggi». Nelle motivazioni ci si sofferma anche su quelle che vengono definite «le capacità di sopraffazione di Luciano Moggi come la sua influenza sui dirigenti di alcune società di calcio (Franza del Messina, De Luca del Siena, Vrenna del Crotone) che venivano indotti a favorire i giocatori o allenatori assistiti dalla Gea». Secondo il tribunale questi atteggiamenti «non possono essere ricondotti nell'ambito di un profilo indicativo della capacità di sopraffazione di Luciano Moggi, ma si ritengono più realisticamente dimostrativi di un contesto di intreccio di affari fondati sulla reciproca disponibilità e convenienza e realizzati attraverso il metodo della cooptazione oltre le regole ossia nell'ambito di un gruppo di potere di rilievo all'interno del mondo del calcio».

DEREGULATION - «Il tribunale - si legge nella motivazione di 318 pagine gran parte delle quali dedicate alle testimonianze - ha constatato un fenomeno di generalizzata deregulation anche a cagione della scarsa attenzione e del limitato intervento degli organi direttivi e di controllo della Figc nel quale i portatori di interessi potenzialmente confliggenti hanno potuto praticare metodologie spesso di natura illegittima sotto il profilo regolamentare, semplicemente sulla base del proprio potere reale e della propria capacità di influenza nelle determinazioni delle condotte altrui, e nella singolare presunzione che quella generalizzazione e diffusione di comportamenti scorretti fosse sufficiente ad escluderne radicalmente la illiceità». Secondo il tribunale vi sono stati comportamenti che hanno travalicato anche la soglia della liceità penale «accompagnati dalla strana convinzione che anche l'applicazione dei principi elementari del diritto penale potesse o dovesse essere in qualche modo condizionata al previo conseguimento da parte delle società di calcio, degli agenti o degli stessi calciatori, dei propri personali interessi».

BLASI - Le modalità e «l'atteggiamento intimidatorio di Luciano Moggi non integra la fattispecie dell'articolo 513 (illecita concorrenza, ndr) in danno del calciatore Emanuele Blasi né le modalità che possono essere ascritte tra quelle tipiche della criminalità organizzata». È un altro dei passaggi delle motivazioni della sentenza. Nelle motivazioni si spiega che l'atteggiamento avuto dall'ex direttore generale della Juventus nei confronti di Blasi nell'ambito delle trattative per l'adeguamento del contratto dell'attuale calciatore del Napoli, allora alla Juventus, sono quelle della violenza privata. Il tribunale, sempre per la vicenda Blasi, parla di «rapporto del tutto illegittimo tra Luciano Moggi e il figlio nella gestione dei calciatori da cui lo stesso Alessandro Moggi riceveva la procura»: «Ciò che all'inizio del rapporto veniva prospettato - si legge ancora nelle motivazioni - direttamente o indirettamente, per propiziare il rilascio della procura, successivamente diventava lo strumento per la sottoposizione del giocatore alla volontà e agli specifici interessi dei Moggi che non sempre potevano o dovevano coincidere con quelli del giocatore, ma che, in caso di contrasto, si dovevano risolvere sempre a beneficio dei due imputati e in danno del giocatore che rappresentava alla fine la parte più debole del rapporto».

AMORUSO - Stesso discorso per Nicola Amoruso: «La qualità e l'entità della minaccia rivolta al calciatore Nicola Amoruso risultano idonee a integrare il delitto di violenza privata: la prospettazione di stroncargli la carriera formulata da Luciano Moggi, accompagnata dalla sostanziale complicità di Alessandro Moggi, non rappresentava né poteva essere intesa dal giocatore come una semplice boutade o battuta di gergo calcistico o pallonaro». La X Sezione del tribunale, presieduta da Luigi Fiasconaro, parla non si semplici battute perché chi le aveva pronunciate nei confronti di Amoruso «era il direttore generale della sua società, suo datore di lavoro, ossia la persona che solo l'anno precedente aveva potuto decidere il suo ritorno nella Juventus».

Seguono aggiornamenti



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juventinadelsud
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Processo Gea: pm Palamara 'Moggi intimidiva per controllare tutto'

Associazione a delinquere". Il pm Luca Palamara impugna in appello la sentenza sulla Gea al processo del tribunale di Roma, che lo scorso 8 gennaio ha condannato solo Luciano Moggi (un anno e mezzo) e il figlio Alessandro (un anno e due mesi) per pressioni consumate o tentate su alcuni calciatori, assolvendo invece con varie formule Franco Zavaglia, Davide Lippi, Francesco Ceravolo e Pasquale Gallo dall'accusa di illecita concorrenza con minaccia o violenza e dall'ipotesi di reato associativo.

Nelle motivazioni, il pm Palamara ha scritto: "Ci sono tutti gli elementi, soggettivi e oggettivi, per sostenere l'esistenza di un'associazione per delinquere messa in piedi da più persone nel mondo del calcio e sostanziata nei metodi illeciti utilizzati dalla Gea World, società di agenti sportivi, che si era aggiudicata centinaia di procure da parte di calciatori di serie A e B. E' lo stesso tribunale a riconoscere la indubitabile posizione di preminenza acquisita da Luciano Moggi nel mondo del calcio che, benchè non possa essere ascritta tra quelle tipiche della criminalità organizzata, si è tuttavia esplicitata in atteggiamento di intimidazione che hanno avuto come riflesso un controllo del mondo del calcio".


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